“Épater la bourgeoisie”: l’arte maledetta

Andromaqueje pense à vous!

– Charles Baudelaire, Il Cigno

Nella storia della letteratura e dell’arte sono numerosi gli esempi di poeti, romanzieri, pittori, cantanti e attori che hanno affiancato alla propria passione artistica uno stile di vita sregolato celebrando il mito del maledettismo, che nasce in età romantica per poi venire racchiusa nella famosissima locuzione di “poetes maudit” (poeti maledetti) che oggi ha superato i limiti cronologici e viene usata per riferirsi a diversissime personalità del mondo dell’arte: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Van Gogh, Egon Schiele e il famosissimo poeta contemporaneo Jim Morrison.

 

L’esempio più famoso di poeta maledetto è probabilmente Charles Baudelaire, nato a Parigi nel 1821 e morto a soli 46 anni di sifilide dopo una breve ma intensa vita condotta alla ricerca del lusso più sfrenato e caratterizzata dall’abuso di alcol e oppio. Baudelaire è uno dei più grandi autori della poesia francese e la sua opera principale, Les Fleurs du Mal, rappresenta un punto di svolta per la letteratura mondiale. Egli incarna appieno quell’immagine di poeta maledetto e anti borghese che ispirerà tanta letteratura successiva proprio grazie al suo carattere schivo ed eversivo e al fascino per quella “sregolatezza di tutti i sensi” tanto decantata dall’amico Rimbaud. Molto giovane Baudelaire fu mandato dai genitori in India ma egli, nostalgico di casa, tornò ben preso in Francia portando con se un rinato fascino per l’esotico e uno morboso per alcol e droghe. La poesia di Baudelaire è una poesia forte, di sentimento che si pone in netto contrasto con il grigiore borghese: sua è l’immagine del poeta paragonato all’albatro, re del cielo ma con le ali troppo grandi per camminare a terra e per questo schernito dai mariani. Il poeta è come l’albatro che viene deriso e fa fatica a muoversi in un ambiente non suo, egli che è padrone del cielo e del sentimento, a causa delle ali troppo grandi. L’esperienza dei maudits però non si ferma ai soli Baudelaire e Rimbaud ma continua a vivere con la nascita del cosiddetto “Decadentismo” e rivive anche in età moderna (Jim Morrison e “la sacerdotessa maudit del rock” Patti Smith).

Il 26 Maggio 1883, attraverso la poesia “Langueur” pubblicata sul periodico “Le Chat Noir” da Paul Verlaine, nasce ufficialmente il movimento decadente e il cui motto, ripresthc3a9ophile-alexandre-steinlen_chat-noir_art-nouveau_due-minuti-di-arteo dalle esperienze precedentemente accennate, era “Épater la bourgeoisie”, scandalizzare la borghesia. Verlaine dichiara di sentirsi come l’Impero Romano nella fase di decadenza e inaugura così la nascita di un movimento che segna la fine di un era. La cultura positivista fallisce nello svelare all’uomo le realtà di cui ha bisogno e gli artisti, declassati ed emarginati, colgono questa realtà attraverso una fitta corrispondenza di riferimenti alogici e mistici. Per Baudelaire il poeta nel mondo borghese ha “perso l’aureola”, cioè non gode più dello stesso rispetto e della stessa ammirazione di cui godeva negli anni precedenti. Il decadentismo letterario trova i suoi più grandi rappresentanti nel simbolismo francese, nell’estetismo e nella poesia maledetta ma sarà determinante nell’influenzare tutto un modo di sentire che sperimenterà la pesante crisi delle certezze. Dal punto di vista artistico e sociale abbiamo la nascita dei cosiddetti “Bohémien” o “scapigliati”artisti e letterati che conducevano una vita zingaresca cercando di tanto in tanto l’appoggio e il sostegno di generosi mecenati. L’artista diventa dunque itinerante, artista di strada, e il riflesso nella storia dell’arte è evidente. Impressionisti, post-impressionisti e avanguardisti saranno i figli del movimento decadente e della poetica di Baudelaire, colore che vivranno l’arte per l’arte nelle folli notti parigine. 

Vincent Van Gogh, suo malgrado, dovrà vestire la maschera di “artista maledetto” a causa dell’angoscia e dello stato di sofferenza che permeavano la sua vita ma la storia dell’arte di fine ottocento è piena di esempi di artisti dandy e fuori dalle righe: scandalizzare il borghese, nella sua estrema facilità, diventa quasi una moda e sono molti gli artisti che verranno anche processati per le “offese” alla ristretta morale del tempo. È il caso di Oscar Wilde che, a causa della propria omosessualità (considerata dalla morale vittoriana come “Gross public indicency”) verrà incarcerato e finirà poi la propria vita in miseria e ucciso dalla sifilide a Parigi, dove ancora oggi riposa.  Il maledettismo era connesso anche all’abuso di alcol e all’uso di droghe al fine di creare i “paradisi artificiali” tanto decantati da Baudelaire: nel mondo moderno infatti l’unico rifugio rimasto all’uomo era il sogno, perchè la natura vagheggiata dai romantici era stata distrutta e inquinata dalla società industriale e si presentava adesso come una natura morta, sofferente, malata.

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Ci troviamo dunque di fronte ad un periodo rivoluzionario, spartiacque fra le generazioni in quanto rappresenta la rottura totale tra intellettuale e società (siamo su per giù nello stesso periodo in cui Emile Zola criticava l’ipocrisia della società a lui contemporanea con il famosissimo “J’accuse” sull’affaire Dreyfus) che difficilmente sarà poi rimarginata. Siamo nel periodo in cui Edouard Manet farà scandalo colpendo dritto al cuore il vizio nascosto della società broghese con i suoi “Colazione sull’erba” e “Olympia”: nel  primo dipinto rappresenta il nudo di una donna, non giustificato da nessun motivo religioso o mitologico, circondata da due uomini borghesi e nel secondo direttamente il nudo di una prostituta che riceva un omaggio floreale da un facoltoso cliente. Queste opere, ritenute immorali dall’arte accademica e borghese, vennero rifiutate dai Salons ufficiali e disdegnate dalla critica. Come non ricordare poi in conclusione la magnifica poesia che Baudelaire dedica al Victor Hugo esiliato da Napoleone III proponendo una vasta galleria di sconfitti dal potere che parte dalla sofferente Andromaca: 

Parigi cambia! Ma nella mia malinconia
niente muta! Ponteggi, blocchi, nuovi edifici,
vecchi sobborghi, tutto diventa allegoria
e i miei cari ricordi più duri delle selci.
Così dinanzi al Louvre un’immagine m’opprime:
penso al mio grande cigno, e ai folli gesti suoi,
come ad un esiliato, ridicolo e sublime
e roso senza tregua da un desiderio! E a voi,
Andromaca, dal braccio di un grande marito
caduta, vile bestiame, al fiero Pirro in mano,
curvata in estasi sopra un sepolcro vuoto,
vedova d’Ettore, ahimè! E maritata a Eleno!
Sto pensando alla negra, dimagrita e tisica,
che pesticcia nel fango e, l’occhio teso, spia
le palme assenti dell’Africa magnifica
dietro ad un’ immensa muraglia di foschia;
a chiunque ha perduto quello che non ritorna
mai! Giammai! A coloro, che dissetano i pianti
e che il Dolore allatta come una lupa buona!
Agli orfanelli magri e, come fiori, stenti!
Così nella foresta ove la mente si esula
il corno a pieno soffio suona una vecchia Memoria!
E penso ai marinai scordati sopra un’isola,
ai prigionieri, ai vinti! … e ad altri, ad altri ancora!

Charles Baudelaire, Il Cigno (parte finale)

 

 

 

 

 

 

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