L’inutilità della guerra

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberali, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

– Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo

 

Ormai è passato più di un secolo da quando l’Europa si trovava lacerata tra evidenti crisi esistenziali e difficoltà geopolitiche, causate dall’insorgere dei nazionalismi, che riuscirono ad infiammare i cuori e le penne di molti letterati di valore universale come gli stessi futuristi, D’Annunzio e Curzio Malaparte, per citare solo quelli “nostrani”. Nel 1909 veniva pubblicato a Bologna, tra le pagine della “Gazzetta dell’Emilia”, il Manifesto del Futurismo dove Marinetti, tra le altre cose, volle esaltare la guerra definendola “sola igiene del mondo”, palesando una visione della stessa che si avvicina molto a quei meccanismi spietati per la sopravvivenza descritti nelle loro teorie da Maltus e Darwin, una sorta di “banco di prova” in cui solo i “superuomini” di dannunziana memoria riuscivano ad uscirne vivi mentre gli altri dovevano soccombere. Non solo in Italia ma anche nel resto del mondo la guerra venne vista come inevitabile e nel Regno Unito numerosi giovani desiderosi di prendere parte con grande entusiasmo al quel conflitto che credevano di breve durata sarebbero rimasti disillusi proprio dai loro ardori giovanili non appena sperimentati gli orrori delle trincee e della guerra che passò alla storia per l’uso delldannunzfiume1e armi  chimiche. Sembrerebbe strano ad oggi ma allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, in Italia come nel resto d’Europa, era la linea interventista ad avere la meglio mentre quelle sparute voci fuori dal coro che disprezzavano la guerra rimasero per molto tempo inascoltate; furono molti inoltre gli intellettuali italiani che combatterono in prima persona nelle trincee, tra cui il poeta Giuseppe Ungaretti, una delle più importanti figure della cultura nel nostro paese che attraverso numerosi componimenti descrive la durezza della vita in trincea, analogamente al movimento dei War Poets inglesi. Più di vent’anni dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’interesse degli intellettuali andò a concentrarsi sulle dinamiche della Guerra Civile Spagnola, che rappresentò in realtà un preludio della seconda guerra mondiale e che vide contrapposti fascisti e repubblicani. Ernest Hemingway fu uno dei più importanti intellettuali che prese parte alla guerra in Spagna, annotando le esperienze di questo drammatico evento nel celeberrimo romanzo “Per Chi Suona la Campana”; Hemingway stesso aveva prestato servizio come autista di ambulanza sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale e anche da lì ne era scaturita una famosa opera, “Addio alle Armi”, tra le pagine della quale ci lascia una verità assoluta “There’s nothing worse than war”, niente è peggio della guerra. 

Ed è così che il pensiero si ribalta, che la guerra non è “sola igiene del mondo” ma anzi quell’inutile strage che Benedetto XV aveva riscontrato nel primo conflitto mondiale. La critica alla guerra non è un’invenzione dell’ultima ora, il pacifismo è sempre esistito,ma solo negli ultimi anni, a seguito delle contestazioni giovanili e dell’opposizione netta della gran parte dell’opinione pubblica all’intervento Usa in Vietnam ( a tal proposito è bene però ricordare anche l’atteggiamento dello scrittore Beat per eccellenza, Jack Kerouac, su questo tema: “Right or wrong, it’s my country”) ha avuto grandissima risonanza mediatica venendo assodato come valore universale. Anche nel mondo antico dunque l’atteggiamento verso la guerra era ambivalente, basti pensare all’Iliade di Omero, poema epico in cui la guerra viene glorificata ed in cui è eroe chi muore in battaglia. La mastodontica opera letteraria ha come fulcro narrativo la guerra di Troia, conflitto scoppiato tra troiani e achei a seguito della fuga del principe troiano Paride con la bellissima Elena di Sparta, consorte di Menelao. Un’altra versione del mito è quella che viene narrata dal grandissimo tragediografo Euripide, da sempre schierato apertamente contro la guerra come dimostrano molte delle sua tragedie (prima su tutte, “Le Troiane”),  nella tragedia “Elena” in cui si viene  scoprire che la vera Elena non si è mai recata a Troia con Paride ma è stata invece sostituita dal dio Hermes con un’immagine della stessa e portata al sicuro in Egitto; quando Menelao fa tappa in Egitto con l’immagine della moglie appena recuperata assiste alla sparizione della stessa e re-incontra la moglie; emblematico è il dialogo tra il sovrano di Sparta e un messaggero dove Euripide sottolinea abilmente l’inutilità di quel conflitto tanto decantato dagli aedi 

 

MESSAGGERO
    Non fu lei, dunque, a causare le pene che abbiamo patito
    a Troia?

MENELAO
    No, non fu Elena. Ci hanno ingannato gli dèí: avevamo tra
    le mani l'immagine luttuosa di una nuvola.

MESSAGGERO
    Che dici, abbiamo sofferto invano per una nuvola?

 

Una visione analoga si può riscontrate, sempre all’interno della letteratura greca, in uno degli scritti del grandissimo Luciano di Samosata, intellettuale appartenente al movimento della cosiddetta “Seconda Sofistica”. In uno dei dialoghi che compongono “Il Dialogo dei morti”, quello tra Menippo e Mercurio, il protagonista Menippo vedendo lo scheletro scarno e marcio di Elena di Sparta si domanda come è stato possibile che due eserciti si sono mossi per lunghi anni con innumerevoli morti per un qualcosa, la bellezza, di così relativo e assolutamente non duraturo nel tempo. 

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