“The Dead” di Joyce: l’apice del modernismo inglese

Dubliners è spesso considerato da molti critici e appassionati lettori il capolavoro di James Joyce, alla stregua del suo celeberrimo Ulisse. L’opera, composta da 15 racconti, ha come protagonista la gente di Dublino ed esplora diversi temi, cari a Joyce, come la paralisi dell’uomo moderno e la crisi politica e religiosa dell’Irlanda di inizio Novecento. Sebbene tutti e 15 i racconti (o quasi) rappresentino un esempio di sublime in letteratura, quello finale per me rappresenta il punto più alto mai raggiunto da Joyce: sto parlando di “The Dead”. Il racconto si presenta come il più lungo della raccolta e descrive, con grande dovizia di particolari e attenzione alla realtà, un party organizzato dalle zie del protagonista: Gabriel Conroy.

Gabriel rappresenta la figura di un uomo puro ma tenuto prigioniero di un’illusione; durante la serata si scontrerà con il ferreo nazionalismo della signora Ivors e verrà anche incaricato di tenere un discorso. Ma il vero colpo di scena arriva dopo una quindicina di pagine quando Gabriel scorge sulle scale la figura della moglie, Gretta, intenta ad ascoltare della musica e ne rimane rapito. Oltre che alle descrizioni minuziose dell’animo dei personaggi, quest’ultimo racconto è anche apprezzato per la sua natura simbolica: Joyce descrive un’Irlanda ricoperta dalla neve che rappresenta anche simbolicamente la morte fisica che, come vedremo alla fine, combacia con quella spirituale. Appena tornati in albergo Gabriel sente di provare di nuovo qualcosa di forte verso la moglie che però scoppia in lacrime e gli confessa il motivo della sua tristezza. Una canzone, durante la festa, le aveva ricordato di un ragazzo conosciuto a Galway, prima di arrivare a Dublino, malato e così innamorato di lei da sfidare la sua stessa malattia, stando sotto la pioggia per incontrarla, proprio prima che lei partisse. Così, nelle ultime pagine, Joyce tocca l’apice della letteratura mondiale e descrive l’epifania di Gabriel che si trova a capire ciò che la sua visione distorta e idelizzata gli aveva sempre celato.

 

Un’epifania rappresenta una fortissima presa di coscienza che porta all’annichilimento di ogni convinzione e quella di Gabriel è troppo forte per essere sopportata: egli capisce che la moglie non è mai stata innamorata di lui, che doveva competere ogni giorno con un ragazzo morto, un ragazzo che era morto per lei e che adesso lei non poteva più dimenticare.

Generous tears filled Gabriel’s eyes. He had never felt like that himself towards any woman, but he knew that such a feeling must be love. The tears gathered more thickly in his eyes and in the partial darkness he imagined he saw the form of a young man standing under a dripping tree.

 

Gabriel si rende conto che tutti i vivi, in realtà, sono morti: morti spiritualmente, senza volontà, vuoti. Capisce il fallimento di se stesso, della propria vita, di ogni cosa in cui aveva sempre creduto e per cui aveva sempre lottato. Gabriel allora capisce che morire presto ma incalzati da una forte passione sia meglio che lasciarsi uccidere dal tempo e dalla vecchiaia, da una vita apatica e senza sforzi, senza passioini. E nella scena finale del racconto vediamo i due coniugi alla finestra ad osservare la neve che come la morte copre tutto e tutti e infatti il suo animo si sente già morire, e Joyce ce lo descrive così, con tre righi che sono ritenuti i migliori dell’intera letteratura inglese:

 

His soul swooned as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

 

 

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