Fino a qui tutto bene?

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Con questa citazione si apre uno dei film più belli degli ultimi anni, “L’Odio”: film francese del 1995 girato in bianco e nero e con un brillante Vincent Cassel che analizza la vita di alcuni ragazzi delle banlieue parigine e il loro rapporto con le autorità. Il film è per la maggior parte della sua durata pregno di un atmosfera di rabbia e “di strada” e ci mostra la violenza che si scatena nelle periferie in seguito al pestaggio messo in atto da alcuni agenti della polizia nei confronti di Abdel, ragazzo delle banlieue ora ridotto in fin di vita. Protagonista assoluto della pellicola è Vincent Cassel, ma con lui tutti i ragazzi delle periferie che si trovano a vivere il loro presente alla giornata, il loro passato dentro nuvole di rancore e il loro futuro dentro nuvole di niente. L’altro grande protagonista ci viene scaraventato addosso nell’ultima schockante scena del film: è la nostra società, con tutti i suoi difetti, le sue violenze; una società che sta precipitando e mentre precipita si ripete “Fino a qui, tutto bene… l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio”. Vinz (Vincent Cassel) è ossessionato per tutta la durata dal film da una sola cosa: se il suo amico,  in fin di vita in ospedale, dovesse morire lui sarebbe disposto a vendicarlo abbattendo la sua furia su di un poliziotto; la voglia di “pareggiare i conti”, di non essere più guardato dall’alto in basso si scontra con il carattere degli amici: Hubert che, come dice esplicitamente in una scena, vorrebbe solo andarsene, e Said, forse il meno “estremo” dei tre, che vorrebbe tenersi fuori dai guai. Voglie rivoluzionarie, rotture totali e voglia di tranquillità si scontrano in un capolavoro magistrale del cinema d’oltralpe che ha tra i suoi grandi meriti anche quello di aver presentato senza filtri una realtà sofferta, una realtà vera vissuta da molti ogni giorno per svariati anni. “L’Odio” non è solo un dramma noir in bianco e nero focalizzato sui lati più degradati della capitale francese, ma è anche e soprattutto una piena e forte cartolina sociale, un’esempio di realtà nella finzione, di vita vera sul grande schermo. È la parabola di tre e più ragazzi rinchiusi in qualcosa di molto vicino ma incredibilmente lontano, che camminano, parlano, pensano e respirano come chiunque altro ma che sono visti con diffidenza, con condanna e talvolta con curiosità, come quegli animali che tanti amano andare a vedere allo zoo di Thoiry.

On n’est pas à Thoiry

(“Non siamo mica a Thoiry”)

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